Alle 10 e 47 del 25 ottobre 2022 l’Ansa, come altre agenzie stampa, batte la notizia: “WhatsApp ‘down’, segnalazioni disservizi in tutto il mondo“.

Compare immediatamente l’hashtag #Whatsappdown. Si ripetono le scene di circa un anno fa, il 4 ottobre 2021, quando ci fu un ‘down’ di tutte le app del gruppo Meta, comprese Instagram e Facebook, per sei ore, con tanto di scuse ufficiali successive del fondatore Mark Zuckerberg.

E se fosse un buon giorno? Se ne approfittassimo per iniziare a pensare quanto dipendiamo dalla tecnologia altrui nella scelta dei nostri modelli di comunicazione, marketing e mercato – su whatsapp non ci sono solo le mamme della III C dell’istituto Gianni Rodari, ma interi negozi on line, interi cataloghi prodotti e servizi e interi modelli di business – e quanto poco curiamo le nostra fondamenta?

L’estrema velocità e la semplicità di comunicare e negoziare grazie alle piattaforme social comporta il rischio innato di affidarsi ad esse quasi completamente e, soprattutto, di delegare alle stesse il ruolo di definire la nostra identità, brand identity if you prefer.

Il caro, vecchio, sempre attuale tema del medium e del messaggio, che a volte fa emergere in modo chiaro come sovrapporli in tutto e per tutto possa essere un, costosissimo, errore.

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