Ho scritto molto nell’anno da poco finito, soprattutto pezzi di “brand telling”, storie per performance d’azienda. Il pezzo più sentito, però, è quello di recente pubblicato sul numero 366 della testata TVKey, dedicato all’industria dell’audiovisivo ucraina che sopravvive nonostante la brutale aggressione. 

Parla dell’iniziativa Ukrainian Content. Global Cooperation, lo sforzo inedito che unisce i protagonisti della tv pubblica, privata e gli operatori del mondo cinematografico in una grande formula di cooperazione basata sulla produzione di contenuti. 

In una breve intervista non sono riuscito a rendere appieno l’orgoglio, la preparazione e l’intraprendenza di una businesswoman del calibro di Kateryna Udut, CEO di Media Resources Management di Kyiv, (Katya), al centro del progetto, ma i suoi occhi, le sue speranze e i suoi sogni restano il faro acceso sul mio 2023.

Di seguito, il testo dell’intervista:

Ukrainian Content. Global Cooperation, il supporto all’industria AV ucraina passa dai contenuti. 

TV Key intervista Kateryna Udut, CEO di Media Resources Management di Kyiv

Tra le espressioni più autentiche di “verticali di contenuto”, definizione utilizzata dal direttore Gaia Tridente per illustrare il metodo curatoriale adottato dal MIA nell’approccio delle tematiche legate all’industria AV, quelle proposte dall’iniziativa Ukrainian Content. Global Cooperation (il punto è nel nome adottato dai players, ndr) hanno raggiunto le profondità più sensibili e le vette più nobili a cui il genere umano dovrebbe tendere: la vergogna e il dolore generati dalla follia bellica (e da chi, goffamente, la nega); l’anelito di pace e lo spirito di collaborazione che ce ne sottraggono.

Annunciata come vetrina di documentari in diverse fasi di sviluppo, per mostrare l’uso delle tecnologie nella produzione (fotogrammetria, posizioni digitali, intelligenza artificiale) e l’approccio non convenzionale degli autori, la rassegna “Documentary Filmaking within a War: reporting from Ukraine”, alla presenza di Olena Malkova, Produttrice, Risen from Ashes (FILM.UA Group); Dmytro Troitskiy, Direttore della televisione, Photographers (Starlight Media), Inna Filippova, Head of Distribution e Alan Badoev, Regista, The Hardest Hour (1+1 media); Artem Lytvynenko, Regista, Against All Odds (Gingers Media); Dariusz Jablonsky, Vicepresidente e produttore EPC, Polonia, si è rivelata un brusco, fermo, irrevocabile richiamo alla realtà di guerra. E un appello al fare, più che al commiserare.

La rappresentanza dell’Ucraina ha scelto infatti di presentarsi con dei chiari e concreti piani di lavoro con la missione di stringere alleanze e diffondere la consapevolezza sulle sue opportunità di collaborazione, missione a cui essa stessa risponde, dal momento che si tratta di un’iniziativa congiunta e senza precedenti delle principali società di media ucraine: Film UASuspilne UkraineStarlight media1+1 media, vale a dire i principali players sul mercato locale, pubblici e privati, fino a prima del conflitto in concorrenza tra loro. Da qui il nome scelto, Ukrainian Content. Global Cooperation che indica palesemente anche la risorsa principale a cui fare ricorso per sostenere con i fatti l’AV ucraino, i contenuti creativi.

Ne abbiamo parlato con Kateryna Udut, CEO di Media Resources Management di Kyiv, a margine del caloroso benvenuto che l’intera Italian Film Commission ha voluto darle, insieme alla direzione del MIA.

Cosa porti in Ucraina dall’esperienza romana?

Certamente il senso di vicinanza e il calore ricevuto, anche se guardo già ai prossimi passi. Ci sono azioni concrete da intraprendere e credo che l’interesse verso il nostro Paese non debba essere legato solo allo scenario di guerra, ma debba andare oltre e puntare direttamente alle produzioni audiovisive in senso stretto, alle tante storie comuni che possiamo creare.

La IFC sta collaborando con UC.GC?

La IFC si è dimostrata aperta a collaborare fin dai primi giorni di conflitto, quando abbiamo iniziato a pensare ad un programma di resident talents per ospitare talenti ucraini in Italia. Con la Presidente Cristina Priaronestiamo preparando un memorandum di azioni che porterà a ulteriori passaggi. In Ucraina non esiste una struttura paragonabile all’Italian Film Commission, che in questo può rappresentare un esempio di coordinamento sul territorio da seguire. Ci sono però tanti players autorevoli che operano nel mercato audiovisivo e che per la prima volta si uniscono perché sanno lavorare insieme e approcciarsi allo scenario internazionale. La nostra forma di aggregazione è partita dalle realtà locali, per proporsi come soggetto unitario all’estero. Ancora una volta, ci lega il fare, più che una denominazione.

Quale valore aggiunto ha il vostro “fare”? 

La crisi pandemica prima e quella bellica poi hanno stimolato la nostra creatività, che adesso è più vivida, diretta, addirittura più autentica. Abbiamo scoperto il bello di essere ucraini, senza connotazioni nazionalistiche, ma nel senso genuino di abitanti di una terra ricca, dalla natura esuberante, piena di talenti. Talenti che ora sentono quasi l’impellenza di esprimersi, con un’energia nuova.  Non vogliamo perdere neanche un minuto delle nostre vite e riversiamo questo sentimento in tutti i contenuti che produciamo. Il risultato creativo è straordinario.

Cosa chiedete al mondo delle produzioni AV italiano?

Inutile girarci intorno: abbiamo innanzitutto bisogno di alimentare la nostra industria. Ma la nostra non è una banale ricerca di fondi. Il nostro mercato merita visibilità internazionale e fiducia. Il nostro proposito è di dare il giusto credito ai creators ucraini: va affermata la competenza dei nostri professionisti, dopodiché si genererà il corretto flusso di denaro, che è carburante per la creatività, non il suo prezzo.

All’Italia in particolare chiediamo di apprezzare le opportunità che si sono generate nel nostro Paese, in cui si continua a lavorare dove possibile o nei Paesi confinanti. Ci auguriamo che questa crisi abbia contribuito a cambiare il mindset prevalente e a far comprendere che l’Ucraina è più simile al resto dell’Europa di quanto si pensi, che ci alimentiamo alle stesse fonti di creatività, arte e senso narrativo. Che c’è una storia da raccontare, insieme.

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